Contro l’euromasochismo/ 1
Krugman ha ragione, la Bce diventi chiaramente espansionista come la Fed
Si dimette Jürgen Stark, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea. Stark in inglese significa “duro” ma anche “stridente”. Non c’è dubbio che se ne vada dalla Bce un falco, un duro. Ma anche qualcuno che sempre più strideva nel nuovo coro musicale di Francoforte, che con l’allontanamento di Stark dunque pare certificare un cambio di rotta, spostandosi a favore del supporto dell’economia più che alla lotta contro l’inflazione. di Gustavo Piga
9 AGO 20

Si dimette Jürgen Stark, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea. Stark in inglese significa “duro” ma anche “stridente”. Non c’è dubbio che se ne vada dalla Bce un falco, un duro. Ma anche qualcuno che sempre più strideva nel nuovo coro musicale di Francoforte, che con l’allontanamento di Stark dunque pare certificare un cambio di rotta, spostandosi a favore del supporto dell’economia più che alla lotta contro l’inflazione. A confermarlo sono le pronte dichiarazioni del governo tedesco che sminuiscono la portata delle dimissioni e annunciano un rapido rimpiazzo. Ma anche l’andamento del tasso di cambio, un euro debole quanto non lo era da tempo, non è forse frutto di questa nuova percezione dei mercati sulla politica monetaria della Bce, finalmente più espansionista? Se lo fosse, saremmo a cavallo. Un tasso di cambio permanentemente più debole costituirebbe un segnale positivo di cui i mercati finirebbero per tener conto, perché aiuterebbe le nostre esportazioni in una fase di ciclo quanto mai complessa.
L’andamento dei tassi d’interesse tuttavia racconta una storia diversa. Primo, non siamo entrati ancora in un regime apertamente inflazionistico. I prezzi dei titoli a lungo termine tedeschi salgono e i tassi scendono, a conferma che le aspettative di inflazione nell’area euro sono inesistenti. Inoltre, cresce nell’area euro la percezione di rischio di default. In Italia, con lo spread, ma anche in Germania con l’andamento dei credit default swap pericolosamente in crescita. E’ un controsenso? In fondo, si potrebbe pensare, una Bce “meno falco” e “più colomba” riduce il rischio di default aumentando quello da inflazione.
E invece no, i mercati si spaventano ancora di più del rischio Europa e Italia senza Stark che con Stark. Non vedono una Bce più forte nel combattere il ciclo economico, ma una Europa più vicina a rompersi nei suoi assetti istituzionali. L’euro in quest’ottica è debole perché è percepito sempre meno come valuta rifugio e non, purtroppo, perché tale debolezza rifletta una strategia volontariamente inflazionista a favore dello sviluppo. Le proiezioni di crescita economica in Europa uscite in questi giorni confermano con la dura legge dei numeri questa visione grigia.
L’Italia è uno degli anelli deboli di questa struttura europea e non stupisce troppo dunque se quando cresce il rischio Germania cresca – di più – quello italiano. Quando i tassi salgono in Italia, i conti pubblici peggiorano notevolmente a causa del suo alto debito, contribuendo a spaventare i mercati ulteriormente. Quando escono notizie negative sul ciclo, le manovre italiane – anche quando credibili – sono quelle che si sciolgono al sole più rapidamente, perché gli obiettivi deficit-pil programmati si mostrano subito irraggiungibili, di nuovo spaventando i mercati.
Che fare dunque? Agire su due fronti: a livello europeo e, contemporaneamente, nazionale. In Europa, la politica monetaria deve divenire apertamente inflazionista, ben più di quanto non lo sia stata sinora. Non aiutano in tal senso riunioni della Bce in cui si decide di confermare stabili i tassi, non sorprendendo in nessun modo gli operatori e confermando il loro grigio pessimismo. La Bce deve divenire apertamente e credibilmente, come la Fed, disposta a condurre una politica monetaria ultra espansionista per alcuni anni. Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia, dicendo che “tutto il mondo guarda” alle prossime decisioni della Bce, si preoccupa dell’ossessione di questa sulla stabilità dei prezzi e della leggerezza con cui i governi europei stanno sottostimando la situazione. Ma restiamo ottimisti: forse l’uscita di scena di Stark è l’inizio di una nuova fase di coraggio senza esitazioni.
E a livello nazionale? I libri di testo di economia ricordano che in tempi di crisi, quando i tassi sono vicini allo zero, è massima la forza della spesa pubblica, anche quando finanziata da più tasse, cioè in equilibrio di bilancio. Il moltiplicatore keynesiano, di quanto aumentano il reddito, la produzione e l’occupazione quando aumenta la spesa pubblica è in questi casi circa pari a 2: ogni aumento di 1 euro della spesa pubblica genera un incremento di 2 euro della produzione. E’ tempo che ogni paese europeo adotti questa posizione, che non lede ma anzi invigorisce i conti pubblici con la crescita. E noi? Facile. Aumentiamo nuovamente l’Iva, anche di 2 o 3 punti percentuali e finanziamo con essi esplicitamente una forte spesa infrastrutturale e di acquisti pubblici intelligenti mirati allo sviluppo delle nostre industrie più avanzate.
di Gustavo Piga
L’andamento dei tassi d’interesse tuttavia racconta una storia diversa. Primo, non siamo entrati ancora in un regime apertamente inflazionistico. I prezzi dei titoli a lungo termine tedeschi salgono e i tassi scendono, a conferma che le aspettative di inflazione nell’area euro sono inesistenti. Inoltre, cresce nell’area euro la percezione di rischio di default. In Italia, con lo spread, ma anche in Germania con l’andamento dei credit default swap pericolosamente in crescita. E’ un controsenso? In fondo, si potrebbe pensare, una Bce “meno falco” e “più colomba” riduce il rischio di default aumentando quello da inflazione.
E invece no, i mercati si spaventano ancora di più del rischio Europa e Italia senza Stark che con Stark. Non vedono una Bce più forte nel combattere il ciclo economico, ma una Europa più vicina a rompersi nei suoi assetti istituzionali. L’euro in quest’ottica è debole perché è percepito sempre meno come valuta rifugio e non, purtroppo, perché tale debolezza rifletta una strategia volontariamente inflazionista a favore dello sviluppo. Le proiezioni di crescita economica in Europa uscite in questi giorni confermano con la dura legge dei numeri questa visione grigia.
L’Italia è uno degli anelli deboli di questa struttura europea e non stupisce troppo dunque se quando cresce il rischio Germania cresca – di più – quello italiano. Quando i tassi salgono in Italia, i conti pubblici peggiorano notevolmente a causa del suo alto debito, contribuendo a spaventare i mercati ulteriormente. Quando escono notizie negative sul ciclo, le manovre italiane – anche quando credibili – sono quelle che si sciolgono al sole più rapidamente, perché gli obiettivi deficit-pil programmati si mostrano subito irraggiungibili, di nuovo spaventando i mercati.
Che fare dunque? Agire su due fronti: a livello europeo e, contemporaneamente, nazionale. In Europa, la politica monetaria deve divenire apertamente inflazionista, ben più di quanto non lo sia stata sinora. Non aiutano in tal senso riunioni della Bce in cui si decide di confermare stabili i tassi, non sorprendendo in nessun modo gli operatori e confermando il loro grigio pessimismo. La Bce deve divenire apertamente e credibilmente, come la Fed, disposta a condurre una politica monetaria ultra espansionista per alcuni anni. Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia, dicendo che “tutto il mondo guarda” alle prossime decisioni della Bce, si preoccupa dell’ossessione di questa sulla stabilità dei prezzi e della leggerezza con cui i governi europei stanno sottostimando la situazione. Ma restiamo ottimisti: forse l’uscita di scena di Stark è l’inizio di una nuova fase di coraggio senza esitazioni.
E a livello nazionale? I libri di testo di economia ricordano che in tempi di crisi, quando i tassi sono vicini allo zero, è massima la forza della spesa pubblica, anche quando finanziata da più tasse, cioè in equilibrio di bilancio. Il moltiplicatore keynesiano, di quanto aumentano il reddito, la produzione e l’occupazione quando aumenta la spesa pubblica è in questi casi circa pari a 2: ogni aumento di 1 euro della spesa pubblica genera un incremento di 2 euro della produzione. E’ tempo che ogni paese europeo adotti questa posizione, che non lede ma anzi invigorisce i conti pubblici con la crescita. E noi? Facile. Aumentiamo nuovamente l’Iva, anche di 2 o 3 punti percentuali e finanziamo con essi esplicitamente una forte spesa infrastrutturale e di acquisti pubblici intelligenti mirati allo sviluppo delle nostre industrie più avanzate.
di Gustavo Piga